|
Stavamo (io e un gruppo
di amici) andando controcorrente? Profughi del sabato
sera e dei suoi effervescenti eccessi, alla ricerca
di radici che forse non ci appartenevano del tutto.
Il nostro temporaneo esilio su quattro ruote sarebbe
ben presto terminato e saremmo infine giunti alla
destinazione prestabilita.
Un altro amico, già da tempo convertito alla
filosofia del weekend alternativo, si
era offerto di farci trascorrere una nottata dalle
forti emozioni. Non è un segreto per nessuno
dei lettori la mia amicizia con Joe, ma, giusto
per sentirmi parte integrante della carovana, mi
appropriai spudoratamente dellentusiasmo dei
miei compagni. Freddo e glaciale calcolatore con
gli altri, non potevo tuttavia mentire a me stesso.
Ogni volta che mi ritrovavo ad ascoltare i live
show di Joe Valeriano (e chi pensavate che fosse?)
venivo percorso da un turbinio di good vibrations.
Ero convinto che anche questa volta la musica non
avrebbe tradito le nostre aspettative.
Gli sguardi inchiodati alla strada, ognuno rimuginava
pensieri. Perso nella profondità dei miei
(fortunatamente da 27 anni a questa parte non mi
è mai toccato lonore della guida!),
ed essendo ancora relativamente lontana la meta,
lanciai una sfida alla memoria.
Bella pretesa, direbbe qualcuno, la tua: rievocare
un passato cui non ti è stato concesso di
assistere. Gioco con limmaginazione e ricordi
altrui, potrei tranquillamente rispondere. Ed è
quello che farò almeno fin quando lo spettacolo
di stasera inizierà. Storie di unaltra
generazione che si riversano tra i solchi di un
vinile che adesso stringo gelosamente tra le mie
mani.
Persone che ricordano commosse un caro amico,
un giovane afroamericano dallo sguardo intenso
e dalla voce calda e profonda, che con la sua
chitarra (e l armonica) fendeva magicamente
le nebbie che avvolgono, oggi come allora, i navigli
milanesi. Verl Cooper, a.k.a. Cooper Terry, era
il suo nome, il blues la sua vita, la sua professione.
Pioniere che tornò sulle orme dei suoi
avi scegliendo liberamente lEst dallOvest.
Un black cowboy alla conquista di territori vergini
popolati da cannibali musicali, alla ricerca di
nuove e saporite melodie da gustare in compagnia
di tutta la tribù. Alzai leggermente gli
occhi. La puntina stava terminando la sua corsa.
|
|
Era tempo di riporre
Soul Food Blues nella sua colorata ed allegra copertina
e di tornare con i piedi sul marciapiede. Di fronte
a noi, socchiusa come un baule stracolmo di tesori,
la porta del Nidaba. Max, il gestore, e Joe ci vennero
incontro salutandoci calorosamente.
Manipolo di gringos inghiottiti da una fumosa atmosfera
stile vecchio western, lucidammo i cannoni, nel
caso ci fosse stato bisogno di illuminare il locale
a giorn o e ci gettammo rozzamente su inermi boccali
di biondissima birra. Il blues era lì, pronto
a esplodere in tutta la sua rude bellezza. Il piccolo
palco di legno scricchiolante, dove in questi ultimi
sei anni si erano esibiti i nuovi esponenti della
scena milanese e importanti ospiti stranieri, crepitava
di energia. Joe, per questa serata in versione acustica,
si presentò tra gli applausi accompagnato
da un gruppo di giovani musicisti.
Le incertezze non ebbero tempo di attecchire.
Il sound che si diffondeva tra laffollata
platea conquistò immediatamente gli astanti.
Joe, nelle vesti di pifferaio magico, guidava
limprovvisata (avevano provato insieme solo
qualche ora prima dellesibizione) band verso
gli infuocati orizzonti sonori del South West.
Sulle note di Voodoo Chile il quartetto (oltre
a Joe, i fratelli Petruzzelli al basso e alla
batteria e Michele Fazio al piano) spicca il volo.
La chitarra imbastisce la trama sonora del brano.
Un a serie di fitti passaggi, impreziositi dal
bravissimo Michele Fazio (i tasti del piano impazziscono
dando vita a un festoso luna park in bianco e
nero), satura lambiente circostante. Il
tutto avviene in un clima di straordinaria naturalezza
ed improvvisazione jazzistica.
Lo spettacolo procede a ritmi elevati tra lentusiasmo
del pubblico. Canzone dopo canzone, nota dopo
nota. Poi gli strumenti si zittiscono. Attoniti,
come i nostri vicini, ci domandiamo per quanto
ancora questi bravi musicisti dovranno continuare
a nascondersi nellunderground
mantenendosi con i più disparati lavori.
Radicati nel fertile humus urbano questi artisti
continuano a crescere e noi a seguire le loro
gesta sul palco di questo piccolo locale che,
per la sua genuina atmosfera, ricorda molto da
vicino le barrelhouses del Texas.
Un consiglio: teneteli doc chio! (special
thanks Nicola Sorbo e Vahan Maloyan per le foto.
Info n.sorbo@lycos.com).
|
|